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Il gregario nel ciclismo: l’eroe invisibile che decide le grandi corse

Il gregario è la figura più determinante e meno celebrata del ciclismo. Fa i chilometri più duri, porta le borracce, si immola per un altro. Il gregario è l’architrave del ciclismo e capire il suo ruolo significa capire davvero questo sport. Questo articolo ne analizza il ruolo tecnico — dal risparmio energetico alla tattica di squadra — la psicologia del sacrificio, le diverse specializzazioni e il modo in cui la tecnologia stanno trasformando questa figura nel ciclismo moderno. Con esempi storici e casi recenti, dalla carriera di Indurain e Froome fino alla metamorfosi di Pellizzari al Giro 2025.

Capitano e gregari sulla Tirreno-Adriatico

Credit: shutterstock/William Perugini

Chi è il gregario, davvero

Gregarius, aggettivo formato sulla radice di grex, gregis, ovvero “gregge”. Nell’Antica Roma Il miles gregarius era il soldato semplice, ma nel ciclismo ha assunto un significato tutto suo, quasi nobile: è il corridore che mette le proprie gambe al servizio di quelle degli altri. Non è una punizione, non è una seconda scelta. È un ruolo con una sua dignità, una sua complessità tecnica e, per chi lo sa leggere, una sua bellezza.

Ogni squadra schiera più corridori e tra questi, uno o due sono i capitani — quelli che compaiono sui podi, che rilasciano le interviste, che finiscono sulle copertine. Gli altri costruiscono la loro vittoria, metro dopo metro, spesso senza che nessuno li ringrazi davvero.

Il gregario e la fisica del sacrificio: pedalare davanti costa il 30% in più

Tattica pura. Tutto parte da un dato fisico elementare ma fondamentale: chi apre la strada in gruppo consuma fino al 30% di energia in più rispetto a chi pedala in scia. In presenza di vento contrario, la differenza può essere ancora maggiore. Il gregario è quello che “prende l’aria in faccia” — per ore, per centinaia di chilometri — in modo che il capitano arrivi alla salita decisiva con le gambe fresche.

 

Il treno, le borracce, la bicicletta prestata

Il treno è la catena di gregari che si alternano in testa al gruppo per scandire un ritmo insostenibile alle squadre avversarie, proteggendo il leader fino all’ultimo chilometro utile. È un meccanismo di precisione: ogni corridore tira per il tempo che riesce, poi si sposta, lascia passare gli altri e si mette in coda esausto.

Ma il gregario fa molto altro. Attende l’ammiraglia – l’auto che segue il team – per prendere le borracce e distribuirle ai compagni, operazione che in discesa o con vento laterale richiede una tecnica non banale. In caso di foratura o caduta del leader, può cedere la propria bicicletta e ritirarsi. E quando un avversario scatta per attaccare il capitano, può frapporsi fisicamente, rallentarlo, dargli il tempo di rispondere.

Un gregario non riposa mai...

C’è un dato che pochi conoscono e che dice tutto: un capitano di un team disputa mediamente sessanta giorni di gara all’anno. Un gregario ne affronta tra ottanta e cento. Più chilometri, più sforzo, meno visibilità. È la sintesi matematica di un ruolo che il grande pubblico fatica ancora a capire fino in fondo.

 

Non tutti i gregari sono uguali: le specializzazioni

Il gregario di montagna – È quello con il motore da scalatore ma la testa da soldato. Il suo compito è tenere il ritmo sulle salite decisive, proteggere il capitano dai cambi di passo degli avversari e “sgasare” per stancare chi prova ad attaccare. Spesso è un corridore che, in un’altra squadra, correrebbe per la classifica generale.

Il gregario passista – Più potente, meno adatto alle pendenze. È lui che governa la corsa nelle tappe veloci, che insegue le fughe quando la squadra decide di controllare, che trascina il trenino negli ultimi chilometri per il velocista. Fisicamente può essere vicino a uno sprinter, ma ha scelto — o gli è stato chiesto — di non correre per sé.

Il luogotenente – È il gregario di rango più alto: tecnicamente potrebbe competere per il podio, ma la squadra lo destina alla protezione del capitano nei momenti più critici. È il primo a rispondere a un attacco, l’ultimo a staccarsi in salita. Il suo valore si misura in secondi guadagnati dagli altri, non in secondi guadagnati da lui.

La psicologia del ruolo: accettare di non vincere

Ci sono corridori con le qualità fisiche per lottare per la vittoria che scelgono — o accettano — di fare i gregari per tutta la carriera. La ragione non è sempre tecnica. Spesso è caratteriale: non tutti reggono il peso di essere “il primo”. Non tutti vogliono quella responsabilità. C’è però soddisfazione nel lavoro collettivo, nella vittoria del compagno che senti anche un po’ tua. C’è la generosità estrema nel coprire il capitano, pilotarlo nelle posizioni giuste all’interno del gruppo, fargli spendere il meno possibile mantenendolo sempre nel vivo della corsa. Un dispendio enorme di energie, tutto invisibile.

Il gregario come scuola

La storia del ciclismo è piena di campioni che hanno imparato vincendo come secondi. Miguel Indurain era gregario di Pedro Delgado prima di dominare il Tour per cinque anni consecutivi. Chris Froome proteggeva Bradley Wiggins prima di diventare lui il riferimento della Ineos. Paolo Bettini correva per Michele Bartoli prima di imporsi come uno dei più forti corridori di classiche della sua generazione. Il gregariato non è un punto d’arrivo. Per molti è stato il punto di partenza.

 

 

Quando i ruoli si mescolano: il caso Pellizzari

Al Giro d’Italia 2025, Giulio Pellizzari iniziò la corsa come gregario di Primož Roglič. Quando lo sloveno si ritirò, il giovane marchigiano si ritrovò improvvisamente a dover correre per sé — e lo fece con una maturità sorprendente, confermandosi poi tra i favoriti del Giro 2026. È la dimostrazione più recente che i ruoli nel ciclismo moderno non sono gabbie: sono posizioni di partenza. Chi ha la testa e le gambe può passare dall’altra parte.

 

Coppi vs Bartali: quando il gregario diventa rivale

La rivalità tra Fausto Coppi e Gino Bartali è il caso più famoso nel ciclismo di un rapporto tra capitano e gregario trasformato in sfida assoluta. Insieme dominarono un’epoca: otto Giri d’Italia, quattro Tour de France e sette Milano-Sanremo complessive.

Tutto cambiò nel 1940, quando correvano entrambi per la Legnano. Bartali era già il campione simbolo del ciclismo italiano; Coppi invece un giovane gregario pieno di talento. Durante il Giro d’Italia Bartali rimase attardato da una caduta e molti compagni si fermarono ad aiutarlo. Coppi, seguendo gli ordini della squadra, proseguì per difendere la classifica: fu il momento in cui il gregario smise di essere soltanto un aiutante e iniziò a diventare il rivale.

Nel dopoguerra i due finirono per rappresentare anche due Italie diverse: Bartali quella cattolica e tradizionale vicina alla Democrazia Cristiana, Coppi quella moderna e laica spesso associata alla sinistra. Anche in corsa erano opposti: Bartali scalatore feroce, Coppi passista elegante e dominante. Bartali in contrasto con il regime fascista svolse attività clandestine in favore di rifugiati e oppositori, trasportando documenti nascosti nella bicicletta. Coppi partecipò alla campagna del Nord Africa come fante della Divisione Ravenna.

La loro ossessione reciproca raggiunse il culmine ai Campionati del mondo di ciclismo su strada 1948: pur correndo per la stessa Nazionale italiana, passarono la gara a controllarsi senza collaborare, fino al ritiro di entrambi e a una squalifica per comportamento antisportivo. Del resto la guerra aveva tolto loro gli anni migliori della carriera, troppo per concedere ancora un secondo da gregario.

 

Il ciclismo moderno: quando la tecnologia migliora il gregario

Il gregario del 2026 non si muove più solo per istinto o su ordine dell’ammiraglia. Dietro ogni scelta tattica c’è oggi una quantità di dati che fino a vent’anni fa sarebbe sembrata fantascienza: wattmetri, sensori di frequenza cardiaca, analisi del recupero muscolare, modelli previsionali delle tappe. Le squadre di vertice usano l’intelligenza artificiale per simulare interi scenari di gara prima ancora che la corsa cominci, ottimizzando i movimenti di ogni corridore — gregari inclusi.

Questo ha cambiato il ruolo in modo sottile ma profondo. Il gregario moderno non solo deve avere le gambe: deve capire i dati, interpretare gli ordini in tempo reale, adattare il proprio sforzo a un piano che viene aggiornato chilometro dopo chilometro dall’ammiraglia. È un atleta e, sempre di più, un esecutore intelligente di strategie complesse.

 

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