L’8 maggio il Giro d’Italia scatterà da Nessebar, in Bulgaria, con un’aria nuova. Non c’è Pogačar, e già questo basta a cambiare il copione. La sua presenza avrebbe indirizzato la corsa ancora prima delle grandi salite; stavolta, invece, la sensazione è che tutto possa rimanere aperto molto più a lungo.
Il nome che inevitabilmente si prende la scena è quello di Vingegaard. Il danese arriva con una preparazione quasi perfetta, costruita con precisione chirurgica: poche corse, ma vinte con autorità. Parigi-Nizza e Catalunya sono state più dimostrazioni di forza che semplici successi, segnali chiari di una condizione già altissima.
Eppure, chi conosce il Giro sa bene che i pronostici, qui, hanno un valore relativo. Il Giro d’Italia 2026 è una corsa che consuma, che sorprende, che cambia volto giorno dopo giorno. Ed è proprio in queste pieghe che può nascere una storia inattesa.
Il percorso del Giro d'Italia 2026
Il momento di Giulio Pellizzari
In questo scenario si inserisce Giulio Pellizzari. Non più promessa, ma corridore in piena evoluzione. Il successo al Tour of the Alps non è stato soltanto un risultato prestigioso: è stato un segnale. Di maturità, prima ancora che di condizione.
Pellizzari arriva al Giro con una consapevolezza diversa rispetto al passato. Il ranking UCI lo colloca tra i primi venti al mondo, un dato che certifica continuità e crescita. Ma soprattutto arriva con un ruolo nuovo: quello di capitano.
È un passaggio che nel ciclismo conta più di qualsiasi numero. Significa avere la squadra al proprio servizio, ma anche dover gestire pressioni, energie e responsabilità lungo tre settimane che non perdonano.
Una squadra che fa la differenza
E qui sta uno degli elementi più interessanti. Attorno a Pellizzari è stata costruita una formazione solida, esperta, capace di accompagnarlo nei momenti decisivi. Nomi come Jai Hindley e Aleksandr Vlasov non sono semplici gregari: sono corridori che conoscono la pressione delle grandi corse a tappe.
Accanto a loro, profili come Giovanni Aleotti e Gianni Moscon garantiscono equilibrio, lavoro oscuro e presenza nei momenti chiave.
In un Giro che spesso si decide per dettagli, avere una squadra così può cambiare tutto. Significa essere protetti quando serve, ma anche avere la possibilità di attaccare con intelligenza.
Un podio alla portata
Guardando gli avversari, la sensazione è che il podio sia davvero un obiettivo concreto. Tolto Vingegaard, il livello è alto ma non proibitivo. Corridori come Adam Yates o Egan Bernal portano esperienza e qualità, ma non sembrano inavvicinabili in questo momento.
Altri, come Michael Storer o Felix Gall, rappresentano rivali diretti, corridori con caratteristiche simili e ambizioni analoghe.
In questo gruppo, Pellizzari può stare. Non solo: può giocarsela ad armi pari, soprattutto in salita, dove ha già dimostrato di poter reggere ritmi elevati. Anche a cronometro, senza essere uno specialista puro, ha margini per limitare i danni.
Le occasioni da cogliere
Ci sono poi le assenze, che pesano più di quanto sembri. Corridori come Almeida, Carapaz e Landa avrebbero occupato posizioni di vertice, alzando ulteriormente il livello della competizione. La loro mancanza apre spazi, crea vuoti nella gerarchia.
In un Giro così, ogni occasione diventa preziosa. Una tappa ben interpretata, un attacco al momento giusto, una giornata di crisi evitata: sono questi i dettagli che possono trasformare un buon piazzamento in qualcosa di molto più grande.
Il Giro si decide nell’ultima settimana
Come spesso accade, tutto potrebbe ridursi alla terza settimana. È lì che le gambe iniziano a raccontare la verità, che la fatica accumulata presenta il conto. Ed è lì che si capisce davvero chi può ambire al podio.
Se Pellizzari arriverà a quel punto con la stessa brillantezza mostrata nelle corse di avvicinamento, allora il sogno potrà diventare qualcosa di concreto. Non sarà solo una questione di forza, ma anche di lucidità e gestione.