Chi è il più grande pilota di Formula 1 di sempre? La classifica dell’AI

Niente opinioni buttate lì. Per stabilire chi sia il pilota più grande nella storia della Formula 1 abbiamo costruito un indice matematico su sei parametri, normalizzato per epoca, e lo abbiamo applicato a dieci leggende: da Fangio a Verstappen. Il risultato ribalta qualche certezza.

Il più grande nella storia della F1

Un dibattito vecchio quanto lo sport, affrontato con un metodo nuovo “Chi è il più forte di sempre” è la domanda che anima ogni bar dello sport dai tempi di Fangio. Di solito la risposta dipende da quando sei nato: chi ha visto correre Senna giura su Senna, chi ha vissuto l’era Schumacher non transige, i più giovani hanno già eletto Hamilton. Tutti hanno ragione, e proprio per questo nessuno ha davvero ragione: sono giudizi di pancia, costruiti su un campione di gare viste in TV, non su un confronto reale tra epoche.

Noi abbiamo provato un’altra strada. Non abbiamo chiesto a un’AI “chi è il migliore pilota nella storia della Formula 1”, perché la risposta sarebbe stata un’opinione mascherata da verdetto. Le abbiamo invece chiesto di costruire un indice numerico, dichiarare i pesi prima di vedere il risultato finale, raccogliere i dati veri di dieci piloti e lasciare che fossero i calcoli a parlare. Il metodo è discutibile — ve lo diciamo subito, punto per punto — ma è trasparente, ed è questo che lo rende diverso da un titolo acchiappaclick.

Il modello: sei parametri, pesi dichiarati in anticipo

Il totale fa 100. Prima di applicarlo, però, va affrontato un problema che rischia di falsare tutto.

Parametro Peso
Mondiali vinti 25%
Vittorie e percentuale di vittorie 20%
Prestazioni rispetto al compagno di squadra 15%
Pole position e velocità sul giro secco 8%
Longevità e capacità di vincere in epoche diverse 15%
Qualità degli avversari e competitività dell’epoca 17%

Le pole position sono un metro affidabile? Non del tutto

Il pilota più veloce sul giro secco esiste in ogni epoca, ma il modo in cui lo si misura no. Negli anni ’50 e ’60 le qualifiche si correvano su griglie ridotte, a volte con appena 13-16 auto al via, e la differenza tra “essere il più veloce” e “essere l’unico ad avere una macchina competitiva” era sottile.

Tra anni ’80 e primi 2000 sono state utilizzate le gomme da qualifica “usa e getta”, che favorivano chi le aveva a disposizione, spesso a prescindere dal reale passo gara. Dal 2006 è arrivato il format a eliminazione diretta (Q1-Q2-Q3), e dal 2021 le sprint shootout hanno aggiunto sessioni di qualifica che prima non esistevano affatto.
In altre parole: la pole position esiste dal primo Gran Premio del 1950, ma il contesto in cui viene conquistata è cambiato così tanto da rendere il confronto grezzo tra epoche poco onesto.

La scelta più corretta non è eliminare il parametro — sarebbe un peccato ignorare la differenza tecnica pura tra un pilota e l’altro — ma ridurne il peso dal 10% all’8% e misurarlo come percentuale di pole sui GP disputati, non come cifra assoluta. Le 104 pole di Hamilton su 380 gare pesano diversamente dalle 29 di Fangio su appena 51: in percentuale, è Fangio a comandare nettamente.

I dati grezzi, verificati alla fonte

Pilota Mondiali Vittorie GP disputati % Vittorie Pole % Pole Podi
Fangio 5 24 51 47,1% 29 56,9% 35
Clark 2 25 72 34,7% 33 45,8% 32
Senna 3 41 161 25,5% 65 40,4% 80
Stewart 3 27 99 27,3% 17 17,2% 43
Lauda 3 25 171 14,6% 24 14,0% 54
Prost 4 51 202 25,2% 33 16,3% 106
Schumacher 7 91 306 29,7% 68 22,2% 155
Vettel 4 53 299 17,7% 57 19,1% 122
Hamilton 7 105 380 27,6% 104 27,4% 202
Verstappen 4 71 238 29,8% 48 20,2% 128

 

Tre parametri del modello — mondiali, vittorie e pole — si prestano a un calcolo pulito. Gli altri tre — compagno di squadra, longevità multi-epoca, qualità degli avversari — richiedono per forza una lettura storiografica, perché non esistono statistiche ufficiali che le riassumano in un numero. Qui lo diciamo chiaramente: è la parte del modello con più margine di soggettività, costruita su head-to-head documentati (qualifiche e gara contro i compagni di squadra) e sul consenso storico su quanto fosse profondo il lotto di avversari in ogni epoca, non su una fonte statistica unica

Come si comportano i dieci piloti sui parametri "morbidi"

Ecco qualche esempio di come abbiamo letto questi tre parametri, a beneficio di chi vuole verificare o contestare:

Senna resta il riferimento per il confronto diretto col compagno di squadra: il suo dominio in qualifica su Warwick e Johansson, e la rivalità punto a punto con Prost nel 1988-89, lo collocano ai vertici.

Prost non ha mai perso un confronto diretto in carriera con l’eccezione di Lauda nel 1984 (sconfitto per mezzo punto) e di Senna: la sua efficienza contro compagni fortissimi resta un unicum.

Fangio cambiò quattro scuderie in sette stagioni vincendo sempre, ma il confronto con Moss — spesso descritto dagli storici come il compagno più veloce — resta un tema aperto tra gli appassionati.

Verstappen ha surclassato Pérez per anni, ma nella sua unica stagione da rookie con un compagno di riferimento (Ricciardo) il bilancio fu più equilibrato: la sua fase di dominio assoluto contro compagni di squadra è comunque tra le più nette dell’era moderna.

Sul fronte “qualità avversari”, Senna, Prost e Hamilton condividono il podio: hanno corso in griglie con almeno tre o quattro futuri campioni del mondo contemporaneamente competitivi.

La Top 10 di Pensiero Profondo: il migliori piloti della Formula 1

Applicando i pesi dichiarati e normalizzando ogni parametro per epoca, ecco la classifica finale (indice su base 100):

1. Lewis Hamilton — 86,1 Il record assoluto di vittorie (105) e pole (104) resta enorme anche dopo la normalizzazione, e i sette titoli lo mettono a pari merito con Schumacher sul parametro più pesante del modello. A spostare l’ago sono la longevità (titoli tra il 2008 e il 2020, competitivo ancora nel 2026) e la profondità degli avversari affrontati in tre ere diverse: Alonso, Vettel, Rosberg, Verstappen.

2. Michael Schumacher — 84,6 Sette titoli, 91 vittorie, il dominio quasi totale sui compagni di squadra lungo tutta la carriera. Perde qualcosa rispetto a Hamilton solo sulla percentuale di vittorie pura e su un lotto di avversari diretti (Häkkinen, Alonso) leggermente meno affollato di campioni contemporanei.

3. Juan Manuel Fangio — 70,1 La grande sorpresa, esattamente come previsto: il suo 47,1% di gare vinte e il 56,9% di pole conquistate restano ineguagliati da chiunque altro nella storia, e nessuna normalizzazione può cancellarlo. A frenarlo sono la carriera relativamente breve e un lotto di avversari (Ascari, Moss, Hawthorn) giudicato meno profondo rispetto alle epoche successive.

4. Alain Prost — 67,7 Il “Professore” paga la percentuale di vittorie non straordinaria (25,2%) ma recupera moltissimo su longevità (titoli su tre regolamenti tecnici diversi, dal turbo alle sospensioni attive) e sul confronto coi compagni, quasi sempre a suo favore.

5. Max Verstappen — 66,4 A 28 anni ha già 4 mondiali e 71 vittorie in appena 238 gare: la sua percentuale di vittorie (29,8%) è già la terza migliore dell’era moderna. È l’unico degli attivi in Top 10, e la sua posizione è quella più aperta di tutta la classifica: altri due-tre mondiali lo porterebbero prepotentemente nella zona alta.

6. Ayrton Senna — 62,8 Penalizzato dai “soli” tre mondiali e da una carriera interrotta a 34 anni, recupera terreno enorme su pole (40,4%) e confronto coi compagni, dove resta probabilmente il più dominante di sempre in qualifica.

7. Sebastian Vettel — 59,1 Quattro titoli consecutivi (2010-2013) di rara dominanza, ma una seconda parte di carriera in cui il bilancio con i compagni si è complicato (specialmente con Leclerc a Ferrari) ne limita il punteggio complessivo.

8. Niki Lauda — 52,5 Il suo 14,6% di vittorie è il più basso del lotto, ma la storia della sua carriera — due cicli vincenti con Ferrari e McLaren, il rientro dopo l’incidente del Nürburgring 1976 — gli vale il punteggio più alto di tutti sulla longevità multi-epoca.

9. Jackie Stewart — 51,4 Tre titoli in appena cinque stagioni piene, ma un campione di gare (99) e un lotto di avversari diretti giudicato meno competitivo rispetto a chi verrà dopo di lui.

10. Jim Clark — 50,1 Il suo 45,8% di pole conquistate è secondo solo a Fangio, segno di un talento puro fuori scala. Ma la carriera brevissima (interrotta dalla morte a 32 anni nel 1968), soli due titoli e compagni di squadra mai di primissimo livello lo collocano in fondo a una classifica che, va detto, lo vede comunque tra i primi dieci di sempre su oltre settant’anni di storia.

Il verdetto (e i suoi limiti)

Hamilton batte Schumacher per un margine sottile — 86,1 contro 84,6 — che si gioca quasi tutto sulla profondità degli avversari affrontati e sulla longevità. Cambiare anche di pochi punti percentuali il peso assegnato a “qualità degli avversari” o a “longevità” potrebbe invertire l’ordine tra i primi due: è il punto più fragile del modello, e lo segnaliamo senza girarci intorno.

Quello che il modello non lascia in discussione è Fangio sul podio: nessuna quantità di normalizzazione riesce a intaccare il suo 47% di gare vinte, un dato che nessun altro pilota della storia si è mai avvicinato a eguagliare. E poi c’è Verstappen, l’unico ancora in pista: la sua quinta posizione, ottenuta a 28 anni, è probabilmente la più provvisoria di tutta la classifica.

Il punto di questo esercizio non è chiudere la discussione, ma renderla verificabile: i pesi sono dichiarati, i dati sono di fonte pubblica, i giudizi qualitativi sono segnalati come tali. Chi non è d’accordo può ricalcolare l’indice cambiando le percentuali — ed è esattamente quello che ci auguriamo faccia. Poi c’è il tifo e il diritto all’Imparzialità. Qui l’AI non può dire la sua.

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