Prima che la roulette diventasse uno dei simboli dei casinò europei, in Italia si giocava al Biribì, conosciuto anche come Biribissi o Biribisso. Non c’erano una ruota né una pallina: sul tavolo comparivano invece numeri e figure, mentre il risultato veniva determinato attraverso un’estrazione casuale da un sacchetto.
Nato e sviluppatosi in Italia tra XVII e XVIII secolo, il Biribì arrivò anche in Francia, dove divenne particolarmente popolare. La sua storia si intreccia con quella di altri giochi europei e rappresenta una delle tappe che precedettero la nascita della roulette moderna. Il legame, tuttavia, non va semplificato: il Biribì non era una roulette primitiva, ma un gioco autonomo con caratteristiche proprie.
La sua storia permette inoltre di osservare qualcosa che ancora oggi è fondamentale nello studio dei giochi da casinò: il rapporto tra casualità, probabilità, pagamenti e margine matematico del banco.
La tavola del Biribì
Che cos'era il Biribì?
Treccani definisce il Biribissi un gioco d’azzardo italiano simile alla lotteria, successivamente diffusosi in Francia con il nome di biribi. Il principio era relativamente semplice. Davanti ai partecipanti si trovava un tavoliere suddiviso in caselle contrassegnate da numeri oppure da immagini. I giocatori sceglievano una o più caselle sulle quali collocare la propria posta. Il risultato non veniva però determinato facendo girare una ruota.
A ogni casella corrispondeva un elemento destinato all’estrazione. Questi venivano inseriti in un sacchetto e uno di essi veniva estratto casualmente dal responsabile del banco. Il numero o il simbolo estratto determinava il risultato della partita.
Il meccanismo ricorda quindi più una lotteria istantanea che la roulette moderna.
Quante caselle aveva il Biribì?
Qui la storia diventa più complessa. Una delle descrizioni più conosciute, riportata anche dall’Enciclopedia Italiana, presenta un tavolo con 70 caselle numerate o figurate. In questa configurazione chi aveva scelto il risultato estratto riceveva 64 volte la posta, mentre le altre somme andavano al banco. Ma non era l’unica versione esistente.
Il Museo della Lotteria belga documenta tavolieri italiani inizialmente composti da 42 e successivamente 36 caselle, mentre alcune versioni francesi arrivavano a 64 o 70. Esistono anche testimonianze materiali. Il British Museum conserva un “Nuovo Giuoco del Biribissi”, un tavoliere italiano formato da 42 caselle disposte in sei file da sette. Ogni casella contiene un numero accompagnato dalla rappresentazione di un oggetto, animale o personaggio. Il Biribì, dunque, non ebbe un unico tavoliere immutabile: numero delle caselle, immagini e configurazione potevano variare.
Dove nasce il Biribì?
Le origini esatte non sono completamente definite. Il Museo della Lotteria colloca la comparsa del Gioco del Biribissi a Genova nel XVII secolo, ma mette in relazione le sue radici con un gioco precedente diffuso in Catalogna intorno al 1600: l’Hoca. L’Hoca utilizzava un foglio suddiviso in caselle decorate con simboli. A ciascuna corrispondeva un biglietto inserito in un sacchetto dal quale veniva estratto il risultato. Il gioco si diffuse anche in Francia durante il Seicento.
La somiglianza con il successivo Biribì è evidente, tanto che ricostruire una linea di separazione netta tra le diverse forme storiche non è sempre semplice. In Francia il biribi viene documentato con questo nome dall’inizio del Settecento: il Museo della Lotteria indica il 1719 come prima attestazione francese. Da gioco italiano era ormai diventato un fenomeno europeo.
Come si giocava al Biribì?
Una delle caratteristiche più interessanti era la possibilità di utilizzare il tavoliere in modi differenti. Secondo la ricostruzione del Museo della Lotteria, non si puntava necessariamente soltanto su una singola casella. Potevano esistere combinazioni che comprendevano due o quattro numeri, colonne, file e persino diagonali. È uno degli elementi che fanno pensare immediatamente alla successiva roulette. Ma il generatore del risultato era completamente diverso.
Nel Biribì il caso era affidato all’estrazione da un sacchetto; nella roulette sarà la combinazione tra ruota e pallina a determinare il numero vincente. Questa distinzione è fondamentale quando si ricostruisce la storia dei giochi: alcune caratteristiche possono sopravvivere e trasferirsi da un gioco all’altro senza che uno rappresenti necessariamente la versione primitiva dell’altro.
Il problema delle estrazioni truccate
Il sistema del sacchetto presentava un problema evidente: bisognava potersi fidare di chi effettuava l’estrazione. Le manipolazioni erano possibili. Per rendere più difficile riconoscere i biglietti attraverso il tatto, vennero sviluppate soluzioni specifiche. Il Museo della Lotteria racconta che i foglietti numerati furono inseriti all’interno di piccoli tubi di legno forati chiamati “olive”. Anche il sacchetto poteva essere dotato di un dispositivo in avorio attraverso il quale far passare l’elemento estratto. L’obiettivo era ridurre la possibilità che il banco identificasse intenzionalmente un determinato biglietto prima di mostrarlo.
È un dettaglio apparentemente secondario, ma racconta qualcosa di importante sull’evoluzione dei giochi: il problema della fiducia nel meccanismo che genera il risultato esiste da secoli. Oggi si parla di ruote fisiche, procedure di controllo o RNG nei giochi digitali. Nel Biribì il problema era molto più materiale: impedire che una mano dentro un sacchetto potesse conoscere in anticipo cosa stava estraendo.
Anche Casanova giocava al Biribì
A rendere ancora più interessante la storia del Biribì è una testimonianza diretta del Settecento: quella di Giacomo Casanova. Nelle sue memorie, Casanova racconta di aver trovato a Genova una compagnia riunita per giocare al Biribì. Il gioco, scrive, era severamente proibito in città, circostanza che secondo il veneziano non faceva altro che aumentarne la popolarità nelle abitazioni private.
Casanova non ne offre certamente una descrizione benevola. Lo considera un gioco facilmente esposto agli imbrogli, ma racconta comunque di essersi seduto al tavolo. L’episodio contiene anche un particolare prezioso per capire concretamente come apparissero questi tavolieri. Casanova ricorda che nella stanza si trovava il ritratto della padrona di casa vestita da Arlecchino e che la stessa figura compariva su una delle caselle del tavolo del Biribì. Decise quindi di puntare proprio su quell’immagine.
Non si tratta dunque soltanto di descrizioni ricostruite secoli dopo: il Biribì compare direttamente nelle memorie di uno dei personaggi più celebri dell’Europa settecentesca.
La matematica del Biribì: perché il banco era avvantaggiato?
Il Biribì è particolarmente interessante per capire la matematica dei giochi perché permette di osservare un concetto fondamentale: un gioco può essere perfettamente casuale e contemporaneamente favorire matematicamente il banco. Consideriamo la versione descritta da Treccani con 70 possibili risultati.
Ogni singolo numero ha una probabilità teorica di uscita pari a:
1 / 70 = circa 1,43%
Se un gioco fosse matematicamente neutrale, il pagamento dovrebbe riflettere completamente questa probabilità. La descrizione storica riportata da Treccani indica invece che il giocatore vincente riceveva 64 volte la posta. La differenza tra probabilità reale e pagamento assicurava quindi al banco un vantaggio strutturale. Non era necessario manipolare l’estrazione perché il banco avesse un vantaggio: era già incorporato nelle regole del gioco.
È lo stesso principio generale che permette oggi di analizzare matematicamente giochi come roulette, baccarat e blackjack, anche se probabilità, regole e margini sono naturalmente differenti.
Il Biribì è davvero l'antenato della roulette?
Definirlo semplicemente “l’antenato della roulette” sarebbe suggestivo, ma storicamente troppo netto. Il Biribì possedeva alcune caratteristiche che ritroviamo nella roulette: un tavoliere, numeri o simboli sui quali collocare le poste, differenti combinazioni possibili e pagamenti costruiti in modo da lasciare un margine al banco. Mancava però proprio l’elemento più riconoscibile della roulette: la ruota.
Le ricerche sulla storia dei giochi indicano infatti più percorsi convergenti. Il Museo della Lotteria collega Hoca e Biribì alla genealogia della roulette, ma ricorda anche il jeu du portique, praticato alla corte di Luigi XIV nella seconda metà del Seicento. In quel gioco una pallina percorreva una struttura attorno a un piano circolare o ovale e il risultato dipendeva dal settore nel quale terminava la propria corsa. È quindi più corretto immaginare la roulette come il risultato dell’evoluzione e dell’incontro di diversi giochi europei, anziché cercare un unico antenato. Dal Biribì arrivano elementi riconoscibili nel sistema delle puntate e del tavoliere; altre tradizioni presentano invece meccanismi più vicini alla ruota e alla pallina.
Dal Biribì alla roulette moderna
Il Biribì sarebbe progressivamente scomparso, mentre la roulette avrebbe trovato nell’Ottocento la configurazione destinata a imporsi nei casinò europei. In Francia il Biribì fu infine proibito per legge nel 1837, secondo quanto riportato dall’Enciclopedia Italiana. Oggi rimangono tavolieri conservati nei musei, testimonianze letterarie e documenti che permettono di ricostruirne il funzionamento. Ma la sua importanza va oltre la semplice curiosità storica.
Il Biribì mostra come alcuni principi associati ai moderni giochi da casinò abbiano radici molto più antiche: la suddivisione del tavolo in aree di puntata, la generazione casuale del risultato, la necessità di controllare l’integrità dell’estrazione e soprattutto la presenza di un vantaggio matematico incorporato nei pagamenti. Prima della pallina che corre sulla roulette c’era, insomma, anche un sacchetto pieno di numeri. E per capire come siamo arrivati ai moderni tavoli verdi, vale la pena ricordarselo.
FAQ sul Biribì
Che cos’era il Biribì?
Il Biribì, chiamato anche Biribissi o Biribisso, era un gioco italiano simile a una lotteria. I partecipanti puntavano su numeri o figure presenti su un tavoliere e il risultato veniva determinato attraverso un’estrazione casuale da un sacchetto.
Dove è nato il Biribì?
Il gioco è di origine italiana. Il Museo della Lotteria ne colloca la comparsa a Genova nel XVII secolo e ne individua possibili radici nell’Hoca catalano. In Francia il Biribì si diffuse con il nome di biribi.
Quanti numeri aveva il Biribì?
Non esisteva un’unica configurazione. Sono documentate versioni italiane con 36 o 42 caselle e varianti francesi con 64 o 70. Treccani descrive la nota versione a 70 caselle, mentre il British Museum conserva un tavoliere italiano con 42 caselle illustrate.
Casanova giocava al Biribì?
Sì. Nelle proprie memorie Giacomo Casanova racconta direttamente una partita di Biribì a Genova, dove il gioco era proibito ma continuava a essere praticato nelle abitazioni private.
Il Biribì è l’antenato della roulette?
È più prudente considerarlo uno dei giochi che precedettero e contribuirono alla storia della roulette, non il suo unico antenato diretto. Condivideva con la roulette il tavoliere e alcune modalità di puntata, ma il risultato veniva estratto da un sacchetto e non attraverso una ruota.